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the house of the rising sun
 
 
 
 
           
       

Un evento imprevisto può cambiare radicalmente la visione del mondo e delle passate esperienze, se in fondo al cuore si è sempre saputo che nulla è affidato al caso.

Dopo non ci rimane che spendere bene il tempo che ci è stato concesso, facendo del proprio meglio ricordando il passato, guardando al futuro ma vivendo nel presente.

Vivere sapendo che l'oscurità deve finire, che sorgerà un nuovo giorno con il sole ancora più luminoso...
Le persone delle grandi storie hanno molte occasioni per tornare indietro, ma non lo fanno mai, perchè loro sono aggrappate a qualcosa.
Noi a cosa siamo aggrappati?
C'è del buono in questo mondo, è giusto combattere per questo, per la bellezza della vita, come fosse l'ultima prima dell'eternità.



Capire che ognuno di noi sarà salvato, capire che ogni istante che viviamo non andrà perduto nel nulla, capire che siamo ombre vaganti in un mondo di sole...

Cerco l'inifinito, desidero l'infinito, pretendo l'infinito, in questa vita o nell'altra.



Sono stanco di vedere un multicolore blog di fantasia.

contattatemi qui:

solo messenger: tyler885@hotmail.com




l'italiano non mi basta.


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17 gennaio 2005

concorso letterario

Scritto in una notte di solitudine, per un concorso, a tre giorni dalla scadenza. Su un banco di scuola chiuso in un convitto, tra una sigaretta e l'altra, ascoltando "L'aquilone dei balcani" e "La mia gente" dei Modena City Ramblers.



Maggio 2004



Buona lettura.



E' UN' AMICIZIA?



 Infine ho deciso di dirla. Sì, perché sempre più spesso sento affermare che non esiste una verità uguale per tutti, bensì esistono solo uomini in grado di argomentare bene le proprie idee, e queste diventano automaticamente giuste. Ma non è sempre cosi, ed io, anche se non sono in grado di esprimerla bene, credo che esista una verità che vale per tutti. L’ho incontrata attraverso amici che me l’ hanno testimoniata e cerco di viverla più che posso. Purtroppo, però, più passa il tempo e più mi accorgo che molte persone capiscono solo in parte ciò che provo... L'unico modo per comprendere come vedo il mondo sarebbe sostituirsi a me e rivivere ciò che ho vissuto giorno per giorno, ma è impossibile...



Tuttavia non mi posso scoraggiare, continuo ostinatamente a camminare, a spiegare, ed è per questo che scrivo ancora adesso. Scrivo per le persone che hanno sete di verità come l'ho sempre avuta io, per chi come me si chiede fino a che punto può spingersi l'animo umano nell’inseguire un ideale. Per coloro che a volte si sentono soli come me, in una solitudine fatta d'infinito e piena di domande, la quale si calma solo nei momenti in cui guardo negli occhi qualcuno che l'ha provata e la prova ancora di tanto in tanto...



Scrivo perché spero che, con queste semplici parole che raccontano di me, io riesca a rinvigorire almeno un po' la speranza di vita che in ogni umano cuore esiste. Ed infine io spero, senza averne la pretesa, che almeno tu, tra tutti quelli che mi leggeranno, creda alla vita che sto per raccontarti, e se lo farai, io sarò un po' più contento questa sera addormentandomi.



 II mio nome è Enrico e sono un italiano, solo che di questi diciannove anni che sto per compiere ne ho passati di più in Africa che in Italia: precisamente otto a Gibuti, due in Etiopia, sei in Lombardia e tre in Abruzzo.         Ho frequentato le classi inferiori in una scuola francese, dove però c'erano più gibutini che francesi. Una volta a casa con i miei fratelli ed i vicini Houssein e Samatar si giocava insieme. Per la strada, nel gran cortile, sugli alberi o al mare la fantasia era l'unico giocattolo che avevamo tutti, mentre la televisione cominciava a trasmettere solo di sera e c'era un unico cartone animato al giorno. Stessa cosa in Etiopia, dove oltre a compagni etiopi c'erano bambini che venivano da altre nazioni africane e persino una canadese.



 Per dieci anni ho giocato e corso con bambini d'ogni colore, ho riso e pianto in una lingua che non era quella dei miei genitori, sono cresciuto ed ho sognato di diventare grande come avete fatto tutti voi.



Poi però è successo qualcosa.



Sono tornato in Italia, una volta finito l'anno scolastico, ma senza sapere che in Africa non sarei più tornato, che i miei piccoli amici non li avrei mai più rivisti...



Ho continuato la scuola qua, però c'era da subito in me qualcosa di diverso che nessuno sapeva spiegare. I professori dicevano: “è più maturo...”, i compagni dicevano “è strano...”. Io pensavo d'essere cosi per colpa della televisione, perché i miei compagni sapevano tutto di essa e si comportavano come nei cartoni animati, io invece non sapevo niente.



Ma non poteva essere solo questo...



Non avendo mai avuto amici in Italia mi sono avvicinato alle persone che non ne avevano, bambini emarginati, soli perché troppo timidi o con un carattere poco socievole. Ho imparato ad interessarmi dei loro piccoli passatempi per poterli conoscere e fare amicizia, e ci sono riuscito bene. Le compagnie d'amici di lunga data non facevano per me perché troppo piene di parole, di televisione e di figurine adesive che non conoscevo...



Inevitabilmente l'aver lasciato i compagni africani in quel modo aveva trasformato radicalmente il mio essere amico. Le cose che alla nostra età era normale fare non mi bastavano più.



 Mi sono reso conto, quasi senza accorgermene, che se un giorno avessi dovuto lasciare anche loro come avevo lasciato gli altri non potevo portarmi nel cuore solo i giochi, le figurine e la televisione.


Io volevo qualcosa dalla loro amicizia che non se ne andasse mai, che rimanesse per sempre e che fosse importante!


Ed è per tutti questi motivi che ho imparato a chiedere: “Perché?”.


Ero un ragazzino come gli altri, ma nello stesso tempo cosi diverso che ho cominciato a domandare il perché di ogni loro comportamento che non capivo, e a chiedere a me stesso il perché di ogni mio comportamento, visto che ero così strano ai loro occhi e loro ai miei.



Da una prima domanda a volte banale ne nascevano altre e poi altre ancora, e con il tempo sono diventato “colui con cui si parla di cose serie...” o meglio “colui con cui si paria di sé stessi e degli scopi del proprio agire...”.



Ho imparato a partire da qualunque cosa, come un videogioco, una canzone o una battuta per arrivare a parlare di qualcosa d'importante.



Ricordo bene le parole di quel ragazzo, che dopo aver espresso una sua opinione, pieno di stupore disse al compagno davanti a me: “Cavolo che cosa seria che ho detto! Non sono abituato a dire cose cosi serie! Ma quando c’è lui si finisce sempre a parlare cosi!”.


Eppure erano quelle le cose importanti che cercavo nelle persone!


II volto di quel ragazzo non lo vedo da anni ma non lo dimenticherò più. Per quello che mi aveva detto è come se il suo viso avesse preso una qualche nuova consistenza. Come se dentro di me ci fosse un grande quadro bianco e chi mi parla di sé aggiungesse un nuovo colore a questo quadro, unico, irripetibile, un colore che non va più via... qualcosa di suo e che solo lui mi può dare.


Certo nel mio domandare ho imparato anche ad ascoltare quello che una persona ha da dire, non distrattamente aspettando solo il mio turno per parlare... Ma come se lei dovesse dirmi quella cosa per ultima, come fosse l'ultima che avesse da dirmi prima di partire per un lungo viaggio senza tornare più...


In questa mia fame di amicizie ho colto le occasioni più stravaganti per farne di nuove. Sui treni, sugli autobus o nelle stazioni, nessuno ha potuto impedirmi di andare a parlare in francese con stranieri, ed uno di loro che ho rincontrato più volte sull'autobus adesso per le strade di Teramo mi saluta col mio nome ed io col suo, e nonostante non parliamo di cose importanti questo modo di salutare per me dice molto più di tante parole.


Mano a mano che cresco mi rendo conto di aver bisogno sempre di amici cosi, che mi parlino della loro vita e ascoltino della mia quando mi sento solo. Ma anche gli altri ne hanno bisogno nonostante non l'ammettano quasi mai, anche le persone che sembrano più strane o più cattive agli occhi della gente!


Perché tutti, pur essendo diversi da me sono, in fondo in fondo, “strani”, e si sentono soli come me, chi più chi meno. Solo quando c’incontriamo e ce lo diciamo tra noi, non si sa bene perché, siamo un po’ più contenti, e chi non ha bisogno di esserlo un po’ di più?


Questa che vi ho raccontato è la mia breve vita da vagabondo in giro per il mondo. Da tre mesi la mia famiglia è tornata in Lombardia, io sono rimasto da solo in convitto e andrò a Milano dopo gli esami. Anche qui tra albanesi, rumeni, senegalesi, marocchini, polacchi ed italiani di quell'amicizia che ho tentato di spiegarvi c'è molto bisogno. Per questo ogni nuovo giorno provo ad essere con tutti i miei limiti e tutti i miei sbagli ciò che ho sempre tentato di essere, in poche parole: un amico originale.



 



Sono arrivato secondo.

Rileggendolo vorrei specificare meglio, scrivere meglio, rispiegare...

Poi però penso: No, la prima volta che ho scritto qualcosa per tutti, deve rimanere la prima volta, anche per voi.




permalink | inviato da il 17/1/2005 alle 1:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa


 

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